giovedì 24 gennaio 2019

Les Mannequins di Galtrucco



Dunque abbiamo visto le Ballerine di Degas, le Bambine di Renoire e le Modelle di Chanel...
Ma noi a Torino avevamo Le Mannequins de Galtruccò
Il negozio di Galtrucco faceva angolo fra via Roma e Piazza San Carlo, sì quella piazza divenuta tristemente famosa per il panico scatenato dallo spray al peperoncino, ma quando avvenne il drammatico evento, Galtrucco già non esisteva più perchè chiuse i battenti nel 2001.
Galtrucco vendeva stoffe bellissime, pregiate, prestigiose e nelle sue numerose vetrine esponeva manichini che venivano vestiti con tessuti NON tagliati.
Le stoffe che avvolgevano i manichini venivano piegate e modellate così amabilmente da creare l'illusione di un abito tagliato e cucito a regola d'arte, ma in realtà detti abiti erano "solo" tessuti adagiati e puntati con gli spilli. Origami di stoffa che potevano imitare di tutto, dall'abito spezzato all'abito intero.
Abiti senza tempo, forse attempati, ma lo scopo era proprio quello di fermare il tempo: Jacky Kennedy e Carolina di Monaco nella stessa vetrina...
Erano solo manichini, erano solo stoffe, eppure d'un tratto ti ritrovavi alla Casa Bianca o Montecalo che fosse. Un tubino nero ti catapultava da Tiffany, mentre con un bolerino di velluto potevi anche andare alla Scala di Milano o allo Studio 54 con Lady D e John Travolta.
Le vetrine di Galtrucco non vendevano sogni ma solide emozioni.
Sia per la precisione degli abiti ideati che per il loro gusto estetico.
Che poi a me non sarebbe piaciuto indossare quei vestiti e quelle stoffe, intendiamoci! Io avrei voluto vestire i panni del mago o essere l'apprendista stregone che eseguiva gli ordini del capo, e  non so che avrei dato solo per assistere alla vestizione di un manichino.
Come tutti i giochi di prestigio, anche i manichini di Galtrucco avevano il trucco, ma vai a capire quale.
Quando ero giovane ho trascorso molto tempo davanti a quelle vetrine (era normale dare appuntamento agli amici davanti a Galtrucco),  e non ho mai capito dove la stoffa iniziasse il suo percorso e dove andasse a finire quella in eccedenza... che restava rigorosamente attaccata al rotolo nascosto da qualche parte. 
Non sono mai entrata nel negozio, e a maggior ragione spesso mi sono chiesta chi fossero i creatori di tanta magnificenza: uomini? donne? attempati commessi o una categoria a parte?
Erano felici di fare quel lavoro o non ne potevano più? Aveva un nome quella  galtrucchiana categoria?
Magari sono anche passata accanto ad uno di questi maestri che era appena uscito stanco e distrutto dal retrobottega del negozio... E se l'avessi saputo gli avrei chiesto l'autografo.
Difatto l'incontro avvenne molti anni dopo, dopo gli anni della scuola e gli appuntamenti davanti a Galtrucco.
Era il 2010 quando per caso conobbi l'Art Director della Maison Galtrucco in un ospedale. Era un signore simpatico, mingherlino, in pensione e... dotato di un certo fascino.
Lui ed io eravamo in ottima salute, ma le persone che ci stavano intorno non tanto, così non si è creata l'atmosfera giusta per entrare nel merito dei suoi trascorsi lavorativi presso il mitico negozio.
Cheppeccato!
Mamma mia quante cose avrei voluto chiedergli: come veniva organizzato il lavoro, chi decideva i modelli da comporre... In quanti erano... se litigavano, quanto tempo ci mettevano...
Sarà per un'altra volta, la prossima, sperando che questo post giunga ad una delle maestranze che dietro quelle vetrine ha lavorato e ci racconti qualcosa di quell'Italia che non c'è più.